mercoledì 22 luglio 2009

Santarcangelo 09

Santarcangelo quest’anno è stato un festival immenso, fuor di confine. Un immaginario esteso, forse sfuggente. Da chiedersi se abbia senso. Da far chiedere se abbia senso chiedersi se abbia senso. Forse è da cercare dopo, un senso, se c’è. Un festival da vivere, innanzitutto. Un festival in cui perdersi. Cinque minuti là, quindici da un’altra parte. Artisti provenienti da ogni dove, conosciuti e non. Un pout pourri casalingo o un’arte allo stato liquido, incontenibile, filosofica. Le parole sono state lasciate fuori, quest’anno, per lasciare spazio alla musica. Per alcuni di noi il suono, come una macchina che esce dallo spirito, può concepire e manifestare la forza di uno spazio, può renderlo possibile, visibile; come succede in teatro con la prima luce che appare sul palco, capace di creare un luogo gravido di promessa. Così si esprime Chiara Guidi, direttrice artistica di questa edizione.
Brainstorming, attraverso il suono delle parole, vuole restituire questa ineffabilità.
Paradosso, forse.
Sì.

Santarcangelo Festival

lunedì 1 giugno 2009

Kinkaleri - Io Mento (29.05.09)

Sapevo che avrei trovato una ventriloqua in scena. Non sapevo niente altro. Quando ho letto il titolo mi sono sentita disorientata: Io Mento. Cosa c’entra la menzogna con una ventriloqua? Poi Le Serve di Genet. Miles Davis. Una donna di 56 anni che parla senza muovere le labbra. Uno spettatore che mi dice di essere rimasto nel dubbio fino alla fine: ventriloqua o playback? Da questo primo studio si capisce che il gioco si svolgerà sul filo del disorientamento, della menzogna sospesa fra il suo essere visceralmente celata o sfacciatamente rivelata. Brancolo nel buio cercando appigli. E approdo alle parole di un imbonitore di 86 anni, che della menzogna ha fatto la sua arte. ascoltate, se volete. Non so dove possa portare. Ma è un primo studio, e mi prendo la libertà delle derive e degli approdi.

Contemporanea Colline Festival - Le Arti della Scena
23 maggio - 1 giugno - Prato

Kinkaleri
 

martedì 5 maggio 2009

F.I.S.Co. 09 - Resoconto finale

Credo che l’art vivant contemporanea stia in una sorta di dutyfree: bene di lusso di tutti e di nessuno, inevitabilmente riconoscibile e sotterraneamente misconosciuto. Andate all’aeroporto e provate a entrare in un negozio tax-free. Vi troverete marchi globalmente accettati accanto a prodotti tipici del luogo, il tutto calorosamente offerto al prezzo di mercato, al di là di rincari governativi. Libertà. L’unico vincolo a cui sottostanno le suddette merci è quello determinato dalla scelta dell’acquirente. Vincolo semantico che genera poetica, universo di senso, tribù.

F.I.S.Co. 09 non ha operato scelte, le ha proposte. E se di fronte a tre ragazze svedesi che cucinano una torta, o a una banda di ottoni che irrompe sulla scena dopo aver fatto il giro dell’isolato mentre quattro bambini tagliano fiocchi di neve di carta, o davanti a danzatori che imitano l’uomo di Neanderthal, o in fianco a wrestler in abito da sera, ci chiediamo “ma questa è arte?”, il festival può considerarsi soddisfatto di aver raggiunto il suo scopo.

Brainstorming si è messo in appostamento. L’osservazione implica una distanza. Ma la superficie della terra di mezzo che separa l’osservatore dall’osservato, non è mai determinata: dipende dal contesto. Credo che l’art vivant contemporanea stia proprio in quella terra di mezzo. Impossibile da osservare, proprio perché ostinatamente in noi. Non resta che mettersi in ascolto e registrare, ascoltare e registrare, ascoltare e registrare, con qualsiasi mezzo, con ogni sorta di complice. Non rimarrà altro che una moltiplicazione di oggetti semantici privi di intenzionalità. Tax free.

Brainstorming ringrazia Elena Biserna e Luca Ghedini per essere stati fra i complici delle registrazioni, Matteo Pasini per averne curato l’esposizione e Monica Cuoghi per l’immagine di questo post.
 

venerdì 24 aprile 2009

Melk Prod. / Marco Berrettini (Ch) - Melk Prod. goes to New Orleans

Brainstorming - Camera di Decompressione per Spettatori e' multitasking e opensource, si avvale di collaboratori passionali e utilizza qualsiasi mezzo a disposizione per far circuitare il pensiero. A chiusura del festival F.I.S.Co. vi proponiamo due commenti arrivati via sms: linguaggio asciutto, selezionato e assolutamente non ridondante. Tutt'altra tribù semantica. A Brainstorming interessa anche questo.


giovedì 23 aprile 2009

Latifa Laabissi (F) - Histoire par celui qui la raconte

Quando uno spettacolo non piace si scatena una sorta di pudore. È difficile trovare le parole per descrivere una delusione. E’ un’assunzione di responsabilità. Laatifa Laabissi ha scelto il buio per lanciare urla lancinanti verso un pubblico forse disorientato, con la testa ancora all’Osteria del Sole, dove la sera prima Eva Meyer-Keller impastava una torta e intratteneva il pubblico con giochi da boy scout. Un buio disorientante, affascinante, sorgente estrema di un immaginario che si discosta completamente dai lavori visti fino a ora. Ma non è forse il gioco di questo festival, passare da una tribù all’altra? Velocemente, giorno dopo giorno, senza pause.

È necessario allenarsi. Cominciate ad ascoltare, scrivere, a condividere.

mercoledì 22 aprile 2009

Kinkaleri (I) - W (Una nuova insegna nella città)

Sguardo urbano. Chiediamo ai passanti cosa sta a significare l’insegna riportante una W. E quell’insegna campeggia, forte del suo potere immaginifico. Per sapere cosa pensa la gente, ascoltate le interviste raccolte. Per sapere di cosa si tratta, entrate nel sito di F.I.S.Co. - Festival Internazionale sullo Spettacolo Contemporaneo, fatevi un giro e scoprite nuovi modi di interpretare la realtà.

New Ways. New Waves, new Worlds.

Eva Meyer-Keller (Sw/D) - Good Hands

L’abito fa il monaco. Se incontro il monaco per la strada, in jeans e t-shirt, non mi accorgo che è un monaco. Stessa cosa se metto un fiore di carta ritagliato, con i petali chiusi, sulla superficie dell’acqua e lo osservo mentre si apre. Certo non penso al principio di capillarità. È bello, e basta. E faccio oooohhh.

Nella mia vita, oltre a intervistare persone, mi occupo di laboratori di scienza per bambini da 3 a 6 anni. Propongo gli stessi esperimenti che ha proposto Eva Meyer-Keller nella sua performance. I bambini fanno ooohh e poi imparano il principio che sta alla base dell’esperienza. L’arte si ferma all’oooohh.

Certo, metterla così è riduttivo. Bisognerebbe ricorrere alle sociologie, che spiegano il motivo per cui le persone si riuniscono in un’osteria a fare ooohh davanti a una casina di marzapane che scoppia. O chiedere alla filosofia estetica contemporanea, che sicuramente si interroga sulla questione del rapporto tra necessità fisiologica e necessità rappresentativa. Leggetevi pure Maffesoli, Agamben, Lorenz, Deleuze, Barthes. Noi, intanto, ci sediamo al tavolo di un’osteria, beviamo un bicchiere di vino e mangiamo quel che rimane di una casina di marzapane distrutta da una mirrorball caduta dal soffitto.

Brindiamo alla Meyer-Keller, a F.I.S.Co, all’arte contemporanea e a tutta la tribù che ci crede!

martedì 21 aprile 2009

Antonija Livingstone / Heather Kravas (Can/USA/F) - XXXXXXXXXXXXXXX - A Situation for Dancing # 4: Mary's Dance

The end. The last. La conclusione. L’epilogo.

Tutti a cercare un senso, un tragitto, un percorso, in questa trilogia di situazioni. A me piace pensare che potrebbe andare avanti all’infinito. Come un canone seicentesco. Ad libitum. C’eravamo abituati a incontrare Antonija Livingstone e Heather Kravas, la sera, prima di andare a dormire. Un’alternativa al libro sul comodino, con la sua storia che avanza, pagina dopo pagina, letta fino a che non si chiudono gli occhi, sicuri che il giorno dopo avrebbero ripreso le fila del discorso. Quello di Antonija potrebbe essere un libro di racconti, di visioni, di situazioni, appunto. A Situation for Dancing potrebbe andare avanti all’infinito. E invece è terminato, forse per sempre, come ha dichiarato la coreografa stessa sugli ultimi passi di danza, prima dell’applauso. Dopo innumerevoli repliche in giro per il mondo, questa è l’ultima. Grazie a tutti.

Antonija e Heather sono vestite di palloncini rosa legati intorno al corpo da uno scotch nero. Hanno eseguito lo stesso passo dall’inizio alla fine, invitando il pubblico a sedersi sul palco, il quartetto d’archi a suonare, due uomini a baciarsi, il tecnico di sala a cambiare le musiche. I bambini, questa volta, erano in platea, seduti, presenti. Il progetto della coreografa canadese si è concluso. C’è chi l’ha seguito assiduamente, e ne ha cercato un senso, chi saltuariamente, e ne ha cercato il senso nei racconti di chi c’è stato. Chi, infine, si è gustato uno spettacolo, cercandone il senso spettacolare. Senza che ce ne accorgessimo, Antonija ci ha portati dentro il suo lavoro, dentro la sua intuizione: una continua ricerca, uno sguardo sulla realtà, da ritagliare a proprio piacimento. Un’assunzione di responsabilità rispetto al tempo, allo spazio, all’azione e alla relazione con l’altro. “Dovete decidere se essere maschio o femmina. O tutti e due!” Ci scherza su, lei, ma in queste parole c’è l’essenza dell’arte contemporanea, persa nella sua stessa definizione. Se il contemporaneo sia una categoria temporale o una categoria estetica, lasciamolo risolvere a chi indaga le filosofie. Noi, in queste tre sere, il tempo l’abbiamo respirato, in quell’ora scandita dall’orologio da polso di Antonija, che, come in una Wunderkammer rinascimentale, ha creato un microcosmo che riproduceva, nella sua armoniosa farragine, il macrocosmo in cui tutti siamo immersi. Forse, più che con-temporaneo, A Situation For Dancing è nel-tempo, in una concezione materica dell’arte, giunta, ormai, allo stato di fusione con la realtà.

lunedì 20 aprile 2009

Antonija Livingstone / Heather Kravas (Can/USA/F) - XXXXXXXXXXXXXXX - A Situation for Dancing # 3: The End is Dear

Materico, straniante, ossessivo, festoso. Il secondo lavoro di Antonija Livingstone si definisce in una calata verso il centro della terrigna vita che ci circonda, nella sua complessità, nella sua meravigliosa anarchia, a cui noi, quotidianamente, cerchiamo di dare un ordinamento.

Essere pubblico, questa volta, è una vera fortuna. Antonija ci dà la possibilità di osservare, con quel distacco giusto, mai definitivo, un accadere. E in scena accadono cose, emozioni, fatti, in un ribollire che ricorda quasi quasi il brodo primordiale, o il traffico del mattino, quando tutto è lì, in potenza, nell’estremo tentativo di affermare il proprio esserci. A un certo punto dello spettacolo, la danzatrice afferma la sua responsabilità per il nostro divertimento, per la nostra noia, per la nostra immaginazione, per la nostra paura. Forse è tutto lì, in quell’atto fortemente politico che ogni giorno ci portiamo appresso: la responsabilità di essere individualità in relazione con il resto.