mercoledì 10 dicembre 2008

Kinkaleri - La scena esausta

Ieri, a Raum, a Bologna, è stato presentato il libro di Kinkaleri La scena esausta. E' un libro esausto, che non si lascia attraversare, le cui immagini rimbalzano all'occhio fascinosamente inorridito da tanta nudità iconografica. La scena di Kinkaleri è nuda, cruda e difficilmente digeribile. Ed è rimasta negli stomaci di una generazione intera, che ne fa scorte per un immaginario ormai randagio. Questo libro non parla. E' semplicemente un elenco di descrizioni, intervallate da qualche pensiero utile. Così deve essere il libro di Kinkaleri: muto e assordante. E, come ieri sera, deve essere presentato solo, e solo se, tra il pubblico, c'è un reazionario che chiede "ma il vostro punto fermo qual è?". E scende un silenzio imbarazzato.

Kinkaleri
 

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Silenzio imbarazzato.
Il silenzio.
L'imbarazzo.
Ma eravamo nello stesso teatro?Abbiamo letto lo stesso libro?

Anonimo ha detto...

visto che sono l'unico commento a questo che dovrebbe essere un brainstorming mi accorgo che a volte le pretese falliscono l'impresa (questa volta ti è andata bene vista la mia risposta e spero in futuro di ricevere la stessa cortesia). credevo infatti che tutto si potesse dire di quel libro tranne di essere impenetrabile e muto e nudo. nudo forse si, ma inteso come semplice, fin troppo forse, didascalico, lineare nella sua scansione temporale ma in fondo contiene semplicemente tutte le cose della compagnia come se fosse un catalogo e un catalogo è fondamentalmente uno strumento utile. i testi poi se solo li leggessi ti accorgeresti di quanto siano così diversi tra loro che è impossibile annoiarsi; a parte la noia che evidentemente ti assale per i nostri spettacoli. delle immagini non so che dire: sono fotografie senza nessun orpello grafico e basta. a me piacciono i pregiudizi, fanno leggenda e letteratura. amen
p.s.
riguardo al reazionario ce ne sarebbe bisogno davvero e non solo per noi anche se i silenzi imbarazzati li hai sentiti solo tu e forse ti riguardavano facendoti scorrere sulla schiena un brivido. di piacere.

massimo conti k

Unknown ha detto...

Ho tergiversato nel lasciare questo commento, in risposta all'unica persona che ha speso energia per formulare un pensiero - e di questo ringrazio-. Il progetto Brainstorming non vive del solo Blog, ma dei pensieri di un pubblico incontrato dal vivo, durante festival, stagioni ed eventi saltuari, di cui ho registrato le parole, per metterle a disposizione di chiunque le volesse ascoltare. Nell'intento di creare un corto-circuito di riflessioni intorno all'arte dal vivo.

Ho tergiversato perchè mi sono interrogata sulla parola, sul suo potere, sul suo rapporto con la scena, sul suo essere vaporizzata, forse più dell'arte contemporanea stessa al suo stato gassoso, come la definisce Michaud.

Non mi resta che essere cortese, sfidando la parola stessa, che cortese non è.

Rimango sulle mie posizioni, difendendo l'impenetrabilità e la nudità del libro "La Scena Esausta", decretando la vittoria di questa definizione su qualsiasi altra. E io cado, vinta da tanto potere, immobile di fronte alle immagini, fascinosamente inorridita, sì, completamente scioccata - scioccamente, forse, - da "un'esposizione [che] sovverte un certo regime di visione" e che "non svela in sé un segreto che era nascosto, ma piuttosto dissolve ogni sé che potrebbe essere compreso".

E copio questa citazione dal testo di Marten Spangberg, utilissimo, come gli altri, nel costruire un immaginario intorno al lavoro indisciplinato di Kinkaleri. Utile, secondo quel concetto di utilità che sgrava le parole da qualsiasi velleità esegetica. E nella dissoluzione di ogni sé che potrebbe essere compreso, altro non vedo che pura impenetrabilità. Finalmente. Dico, finalmente una scena che non rimandi ad altro che a sé stessa. Che lasci allo spettatore la responsabilità di essere tale. Che scuota senza voler scuotere, senza volere niente se non essere, e basta.

Il libro di Kinkaleri, così come il loro lavoro, è muto e assordante. Certo. Totalmente afono, e in questo terribilmente forte, nel suo essere privo di intenti comunicativi e significanti. Riprendo una citazione dal libro: “il significato siamo noi. Kinkaleri non fa sforzi in questa direzione, ma ha, o può, liberare la sua macchinosità dall’organico e dal naturale del gruppo per diventare conseguentemente una produzione da marchingegno in cui c’è poca o nessuna somiglianza fra superficie e profondità, esterno e interno, ed insiste iniettando una specie di intramuscolare che mette lo spettatore davanti a due sole scelte: o andare a casa o sporgersi oltre per poter produrre una causalità che arriva continuamente troppo in ritardo o un attimo in anticipo, ma mai al momento giusto.”

In questo la scena di Kinkaleri è nuda, cruda e difficilmente digeribile. E io, personalmente, amo questo rigurgito che mi resta dopo ogni evento firmato K., perché mi fa sobbalzare, e mi fa sentire tremendamente viva.

Il libro di Kinkaleri è semplice, sì, concordo con Massimo, e ringrazio per questa semplicità, sicura di aver letto un semplice elenco di descrizioni, intervallate da pensieri utili, rigorosi, diversi l’uno dall’altro, stimolanti e assolutamente poco noiosi.

Ho tergiversato nello scrivere questo commento.
Perché ho provato imbarazzo.
Mi sono chiesta perché.
Poi ho dato una definizione di imbarazzo.
“sensazione che si prova quando si compie un’azione che contrasta in modo inaspettato con il contesto in cui si svolge”
poi ho deciso che l’imbarazzo è scossa, stravolgimento sottile, stimolo, movimento, pensiero differente.

Viva l’imbarazzo.

E la parola è esausta.

Elisa Fontana.